C'è un momento in cui un medico capisce
che non potrà salvare tutti.
Non arriva all'improvviso:
si insinua piano,
come una crepa di luce in una stanza buia.
Per me è stato una notte di turno,
nel silenzio sospeso dell'ospedale.
Anna mi guardò,
gli occhi pieni di domande che non avevano cura.
«Guarirò?», mi chiese.
Avrei voluto cambiare le leggi della medicina,
inventare un rimedio per la paura.
Ma ho capito che non sempre si guarisce:
a volte, semplicemente, si vive.
Da allora curo anche con l'ascolto,
con una carezza,
con la presenza.
Ho visto donne truccarsi per sentirsi ancora sé stesse,
amori nascere tra flebo e respiri,
sorrisi più forti del dolore.
La malattia toglie tanto,
ma non tutto:
mai la dignità,
mai la luce.
Essere medico è questo:
camminare accanto a chi trema
e scegliere, ogni giorno, la vita.
Perché la morte vince
solo se smettiamo di amare.